Thriller e noir italiani tra giustizia e mistero

Indagini, verità nascoste e storie dove nulla è come sembra.

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Maurizio Preti, autore di noir italiani e thriller psicologici.

Nei suoi romanzi racconta storie di indagini, verità nascoste e scelte difficili, dove la giustizia non è mai semplice e ogni verità ha un prezzo.

Le sue storie sono ambientate in Italia e affrontano temi come corruzione, vendetta, potere, manipolazione e identità.
 

I Miei Libri

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NEWS 11 Ottobre 2026

Autobiografia del rosso di Anne Carson: recensione critica

Anne Carson, Autobiografia del rosso: quando il simbolo prende il posto della vitaLeggere una Nobel senza rinunciare al proprio giudizio.Un premio Nobel invita a leggere un’autrice con attenzione. Non obbliga ad amarla. Di fronte ad Autobiografia del rosso di Anne Carson, il mio giudizio nasce proprio da questa distanza: riconosco una scrittura originale e una costruzione ambiziosa, ma durante la lettura ho spesso sentito l’intelligenza del progetto più della vita dei personaggi.Carson, insignita del Nobel per la letteratura 2026 per la sua opera complessiva, intreccia mito greco, poesia, filosofia e racconto contemporaneo. Il risultato possiede una voce riconoscibile. Eppure, in diversi passaggi, l’invenzione mi è parsa artificiosa, l’erudizione troppo esposta e la frammentazione un ostacolo al coinvolgimento..Un ragazzo rosso in un mondo che non sa accoglierlo.Il protagonista è Gerione, un ragazzo rosso e alato, ripreso dal mito del mostro ucciso da Eracle. Nel romanzo vive fra scuola, famiglia, stazioni degli autobus e camere d’albergo. La sua infanzia è segnata dagli abusi del fratello maggiore; l’adolescenza dall’amore per un Eracle affascinante e poco disposto a comprendere la sofferenza altrui. La fotografia diventa il suo modo di costruire un’autobiografia e di dare forma a ciò che fatica a comunicare.Carson racconta la vicenda attraverso brevi capitoli in versi, dialoghi, immagini e riflessioni. La cornice dedicata al pieta greco Stesicoro introduce il problema del punto di vista: che cosa accade se la storia dell’eroe viene raccontata da chi, in quella storia, era destinato a essere eliminato?È una premessa forte. Spostare l’attenzione su Gerione restituisce al mostro una sensibilità, una memoria e un diritto alla parola...Dove il libro convince.Le pagine più riuscite sono quelle in cui la diversità di Gerione si manifesta attraverso una situazione concreta. Il bambino che attende fuori dalle finestre della scuola, incapace di seguire il percorso previsto per tutti, dice dell’esclusione più di molte spiegazioni. Le ali nascoste sotto gli abiti hanno un peso, fanno male, impediscono movimenti: la differenza è un’esperienza del corpo.Anche il rapporto con Eracle contiene una verità riconoscibile. Due persone possono condividere il desiderio e attribuirgli significati profondamente diversi. Gerione cerca attenzione e conoscenza reciproca; Eracle vive l’intimità senza voler accogliere tutto ciò che essa comporta per l’altro. Questa asimmetria rende credibile il dolore dell’abbandono.La fotografia offre poi al romanzo un motivo coerente. Un’immagine trattiene qualcosa, ma non restituisce integralmente ciò che è accaduto. Gerione cerca di conservare il tempo e incontra continuamente la distanza fra esperienza e rappresentazione. Nei passaggi migliori questa ricerca appartiene davvero al personaggio.Il libro ha anche un umorismo che gli impedisce di irrigidirsi nella gravità. La madre, la nonna di Eracle e certi incontri durante il viaggio introducono eccentricità e leggerezza. Gerione può essere buffo, irritato, affamato: momenti preziosi, perché gli restituiscono una quotidianità..Quando l’intelligenza diventa una barriera.La mia difficoltà comincia quando ogni percezione sembra dover diventare un’immagine memorabile. Colori, rumori, corpi e oggetti si trasformano continuamente in metafore. La densità produce sorprese, ma anche saturazione: con così poche zone di quiete, distinguere una svolta emotiva da un’associazione laterale diventa faticoso.La frammentazione accentua il problema. Il lettore deve ricostruire connessioni, attraversare ellissi e interpretare richiami. Questo lavoro può essere fecondo; nella mia esperienza, però, ha spesso sostituito il coinvolgimento. Mi trovavo a decifrare la pagina quando avrei voluto seguire il personaggio.Anche la filosofia mi ha lasciato perplesso. Le domande sul tempo, sull’identità e sulla conoscenza sono pertinenti, ma talvolta restano allo stadio di enunciazioni suggestive. Il nome autorevole e la formulazione brillante sembrano conferire profondità a un pensiero che non viene sviluppato altrettanto a fondo.L’erudizione ha una funzione nel progetto, ma la sua presenza può diventare ingombrante. In alcuni passaggi ho avvertito una dimostrazione di sapere: il riferimento si impone all’attenzione prima di trasformarsi in esperienza narrativa..Personaggi o figure di un disegno?.Gerione possiede una vita interiore ricca. Gli altri personaggi hanno meno autonomia. Eracle appare soprattutto come la forza che lo seduce e lo ferisce; Ancash introduce un diverso modo di riconoscerlo e assume una funzione decisiva nel percorso verso le ali.Questa distribuzione è coerente con la prospettiva del protagonista. Tuttavia, rende talvolta troppo visibile il disegno simbolico. Le persone sembrano collocate dove occorre perché la trasformazione di Gerione possa compiersi.Esiste inoltre una tensione nella rappresentazione del trauma. La lingua poetica può rendere percepibile la discontinuità di un’esperienza dolorosa, ma può anche rivestire la violenza di una bellezza che ne attenua la concretezza. È uno dei punti in cui ho desiderato una scrittura più spoglia..Un’eco di Icaro.Il volo di Gerione verso il vulcano mi ha richiamato la leggenda di Icaro. Non considero questa associazione una prova dell’intenzione di Carson. Vi riconosco però una tensione comune: un essere alato si espone al fuoco e mette alla prova i propri limiti.La differenza conta. Icaro possiede ali costruite, distrutte dal sole; Gerione ha ali naturali. Il volo può essere letto come l’accettazione di una capacità repressa, ma anche come una sfida al proprio essere: quanto di ciò che sono posso finalmente vivere, e quale rischio comporta?È un’immagine potente. Il mio dubbio riguarda il percorso che la prepara. La trasformazione si concentra in un gesto simbolico, mentre le relazioni restano irrisolte. La conclusione persuade come figura poetica più di quanto riesca, per me, a persuadere come maturazione umana..Il valore di un libro e la libertà del lettore.Carson tiene insieme il corpo di Gerione, la sua percezione e la forma frammentaria del racconto con una coerenza notevole. È qui che riconosco l’originalità del libro. È nella pressione continua di questa costruzione che incontro il suo limite.La mia preferenza va alle storie in cui le domande emergono dalle azioni e dalle loro conseguenze. È una sensibilità che porto anche nei miei romanzi: il momento che mi interessa è quello in cui una persona deve scegliere e poi vivere con ciò che ha scelto. Questa inclinazione spiega parte della mia distanza da Carson, senza esaurire il giudizio sull’opera.Autobiografia del rosso merita attenzione per la libertà della sua invenzione. A me ha lasciato soprattutto l’impressione di una vita continuamente tradotta in simboli, nella quale il sentimento deve attraversare troppi passaggi intellettuali per arrivare al lettore. Alcune scene hanno superato quella distanza. Molte altre sono rimaste dalla parte della costruzione. 

NEWS 30 Settembre 2026

Conferenza Solvay 1927: Einstein, Bohr e la rivoluzione della fisica

Nel 1927 alcuni dei più grandi fisici del Novecento si riunirono a Bruxelles per discutere una teoria che stava cambiando il modo di interpretare la realtà. Tra loro Albert Einstein e Niels Bohr. La Conferenza Solvay divenne uno dei momenti simbolici della nascita della fisica quantistica.Ci sono fotografie che finiscono per raccontare un'epoca.Quella scattata nell'ottobre del 1927 durante la quinta Conferenza Solvay di fisica è una di queste. In poche file sono riuniti alcuni dei nomi destinati a cambiare per sempre la nostra comprensione della materia: Albert Einstein, Niels Bohr, Marie Curie, Max Planck, Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger, Wolfgang Pauli, Paul Dirac e molti altri.Il tema ufficiale dell'incontro era apparentemente semplice: “Elettroni e fotoni”.Dietro quelle due parole, però, si nascondeva una trasformazione radicale della fisica. Bruxelles, 1927: la fisica davanti a una nuova realtàLa fisica classica aveva costruito un'immagine del mondo fondata sulla possibilità di descrivere e prevedere il comportamento della materia attraverso leggi precise.Nei primi decenni del Novecento quell'edificio aveva cominciato a mostrare crepe profonde.La teoria dei quanti, gli studi sulla struttura dell'atomo, la natura della luce e le nuove formulazioni della meccanica quantistica suggerivano una realtà molto meno intuitiva.Nel 1925 Werner Heisenberg aveva sviluppato una nuova formulazione della meccanica quantistica. Nel 1926 Erwin Schrödinger aveva introdotto la meccanica ondulatoria. Nel 1927 Heisenberg aveva formulato il principio di indeterminazione.Nel giro di pochissimi anni, concetti che per secoli erano sembrati solidi — posizione, traiettoria, causalità, misura — erano diventati oggetto di una discussione radicale. Fu in questo clima che si svolse la quinta Conferenza Solvay.Einstein e Bohr: due modi di interrogare la realtàIl confronto fra Albert Einstein e Niels Bohr è diventato il simbolo di quella stagione.Einstein aveva avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo iniziale della teoria quantistica, ma rimase profondamente critico verso alcuni aspetti della sua interpretazione. Bohr, invece, fu una delle figure centrali nell'elaborazione della nuova concezione della fisica atomica.Il loro contrasto non riguardava semplicemente una formula.Riguardava una domanda molto più grande: che cosa possiamo dire della realtà fisica prima che venga osservata e misurata?Durante gli incontri di Solvay, Einstein mise alla prova le implicazioni della nuova teoria attraverso esperimenti mentali e obiezioni; Bohr rispose cercando di mostrarne la coerenza.La loro discussione sarebbe continuata negli anni successivi e sarebbe diventata uno dei confronti intellettuali più celebri della storia della scienza. È però importante non trasformarla nella leggenda di una battaglia definitivamente vinta da uno dei due: le fonti storiche mostrano un dibattito più complesso, e alcune questioni interpretative sulla teoria quantistica sono rimaste oggetto di discussione ben oltre il 1927. Sei giorni che entrarono nella storiaLa Conferenza Solvay del 1927 durò sei giorni.Il programma prevedeva poche relazioni formali e molto spazio per la discussione. Tra i contributi centrali vi furono quelli di William Lawrence Bragg, Arthur Compton, Louis de Broglie, Max Born e Werner Heisenberg, ed Erwin Schrödinger.Alle discussioni parteciparono attivamente molti degli altri scienziati presenti, tra cui Einstein e Bohr.Questa struttura era parte della filosofia stessa delle Conferenze Solvay: non semplici successioni di interventi, ma incontri pensati per mettere a confronto direttamente alcuni dei maggiori studiosi del momento. E proprio questo rende la fotografia del 1927 così impressionante.Non mostra soltanto una collezione di scienziati celebri.Mostra un momento nel quale la conoscenza non era ancora diventata storia: stava accadendo.Quando la scienza incontra il potereMa il 1927 appartiene anche a un'Europa inquieta.La Prima guerra mondiale era terminata da meno di dieci anni. Le tensioni politiche attraversavano il continente e la relazione fra ricerca scientifica, industria, governi e apparati militari sarebbe diventata sempre più importante nei decenni successivi.Da qui nasce una domanda narrativa affascinante.Che cosa accadrebbe se una scoperta capace di cambiare la nostra comprensione della natura attirasse anche l'attenzione di chi vuole trasformare la conoscenza in potere?La storia documentata della Conferenza Solvay non racconta complotti intorno ad armi segrete.Quella appartiene alla finzione.Ma proprio la distanza fra ciò che sappiamo essere realmente accaduto e ciò che un romanzo può immaginare crea uno spazio narrativo straordinario.Dalla Conferenza Solvay a Il codice delle ondeÈ in quello spazio che nasce Il codice delle onde.Il romanzo è ambientato nel 1927 e utilizza la Conferenza Solvay, Einstein, Bohr e il fermento scientifico dell'epoca come cornice storica di una vicenda immaginaria di scienza, spionaggio e ricerca militare.Al centro della storia c'è l'ipotesi che una scoperta scientifica possa trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: un'arma.La vicenda narrativa e il Progetto Eclissi sono frutto di finzione. La Conferenza Solvay, i protagonisti storici e il dibattito scientifico appartengono invece alla storia.È proprio questo confine a interessarmi: utilizzare la documentazione non per riscrivere ciò che è accaduto, ma per costruire una domanda su ciò che avrebbe potuto accadere.Perché a volte la storia di una scoperta non riguarda soltanto ciò che gli uomini riescono a conoscere.Riguarda anche che cosa decidono di fare con quella conoscenza..Scopri Il codice delle ondeUn thriller storico-scientifico ambientato nel 1927, tra Conferenza Solvay, Einstein, Bohr, spionaggio internazionale e ricerca militare.

NEWS 14 Settembre 2026

Paracelso, l’alchimia e il manoscritto perduto: dentro il dossier de La Formula Magica

Quanto c’è di vero dietro il romanzo? Ho raccolto in un archivio documenti, immagini e approfondimenti sul mondo che ha dato origine alla storia.La Formula Magica è un romanzo che attraversa quasi cinque secoli, dal mondo di Paracelso alla ricerca scientifica contemporanea. Al centro c’è una conoscenza perduta: una Formula che potrebbe essere sopravvissuta al suo autore attraverso manoscritti, simboli e frammenti dispersi nel tempo.La sua ricerca mette in relazione alchimia e scienza, storia e presente, uomini mossi dalla curiosità e altri attratti dal potere che una scoperta simile potrebbe concedere. Ma dietro la finzione rimane una domanda: quanto del mondo raccontato nel romanzo appartiene davvero alla storia?Pochi personaggi hanno lasciato dietro di sé una zona d’ombra vasta quanto quella di Paracelso.Medico, filosofo, alchimista, viaggiatore. Un uomo capace di sfidare l’autorità delle grandi scuole mediche del proprio tempo e di sostenere che l’osservazione della natura valesse più dell’obbedienza ai testi antichi.Poi c’è la leggenda.La Pietra Filosofale. La trasmutazione dei metalli. I manoscritti alchemici. La ricerca di una conoscenza capace di penetrare i segreti della materia.Quando ho scritto La Formula Magica, è stato proprio questo confine ad affascinarmi.Dove finisce Paracelso e comincia il personaggio?Dove finisce la storia e comincia la leggenda?E, soprattutto, dove può cominciare il romanzo? Da queste domande è nato, dopo il libro, un secondo progetto.ARCHIVUM PARACELSI — Codex Secretus.Un dossier gratuito dedicato al mondo storico, scientifico e alchemico che si trova dietro La Formula Magica.L’uomo dietro la leggendaQuando pronunciamo il nome di Paracelso, è facile immaginare un alchimista chino sugli alambicchi, circondato da simboli misteriosi e formule indecifrabili.La realtà è più interessante.Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim fu prima di tutto un medico. Ma visse in un’epoca nella quale l’autorità degli antichi poteva contare più dell’osservazione diretta.Paracelso scelse un’altra strada.Viaggiò. Frequentò università, miniere, monasteri, corti e villaggi. Ascoltò medici e speziali, ma anche minatori, levatrici ed erboriste. Era convinto che la conoscenza non appartenesse esclusivamente alle accademie.Fu questa convinzione a renderlo scomodo.Ed è uno dei motivi per cui, cinque secoli dopo, continua ad affascinarci.E se l’alchimia non fosse soltanto magia?È un altro dei temi che ho voluto approfondire nel dossier.Per secoli una parola è bastata a evocare laboratori oscuri, formule misteriose e uomini ossessionati dal sogno di trasformare il piombo in oro:alchimia.Ma ridurla alla ricerca della Pietra Filosofale significa perdere una parte importante della sua storia.Prima che esistesse la chimica moderna, quegli uomini distillavano, filtravano, riscaldavano, combinavano sostanze, studiavano minerali e annotavano risultati.Accanto all’errore e alla superstizione esisteva già qualcosa che riconosciamo ancora oggi: il tentativo di interrogare la materia attraverso l’esperimento.Ed è precisamente in questa terra di confine che si muove La Formula Magica. L’ossessione della FormulaC’è poi una domanda ancora più antica.E se dietro fenomeni apparentemente diversi esistesse una legge comune?Gli alchimisti cercavano la propria risposta nella materia. Altre epoche l’hanno cercata nella gravitazione, nella struttura dell’atomo, nel DNA, nelle leggi della fisica.Cambiano gli strumenti.Cambia il linguaggio.Rimane il desiderio di trovare un ordine nascosto dietro ciò che ancora non comprendiamo.Nel romanzo, la Formula nasce da questa ossessione.Non rappresenta soltanto la possibilità di trasformare la materia. Diventa qualcosa di più pericoloso: la possibilità che una conoscenza possa conferire potere a chi la possiede.Ed è allora che nasce un secondo problema.Una scoperta deve sempre essere rivelata?Il manoscritto che attraversa cinque secoliQui storia e finzione cominciano deliberatamente a confondersi.La storia è piena di manoscritti scomparsi, opere conosciute soltanto attraverso citazioni, copie incomplete, documenti dispersi tra biblioteche e collezioni.La Formula Magica parte da questa possibilità e ne immagina un’altra.Che un sapere non sia andato perduto per caso.Che sia stato frammentato deliberatamente.Una pagina in un archivio. Un simbolo in un manoscritto. Un’annotazione apparentemente insignificante. Una conoscenza divisa tra uomini diversi perché nessuno possa possederla interamente.Separati, i frammenti non significano quasi nulla.Riuniti, potrebbero raccontare un’altra storia.È da qui che nasce l’Archivum Paracelsi.Ho voluto aprire l’archivioIl dossier non è il riassunto de La Formula Magica.Non serve a spiegare il romanzo e, soprattutto, non vuole togliere al lettore il piacere del mistero.Ho cercato di fare il contrario.Aprire le porte del mondo che si trova dietro la storia.Nel dossier si incontrano Paracelso e l’Europa del XVI secolo, l’alchimia e la nascita della chimica, i laboratori rinascimentali, la ricerca della Formula, i manoscritti perduti e gli uomini che hanno custodito e trasmesso la conoscenza.Ma c’è anche il romanzo.Ho scelto alcuni passaggi e li ho accompagnati con un commento per mostrare dove la narrazione incontra la documentazione storica e dove, invece, ho scelto consapevolmente di oltrepassarla.E infine c’è l’Archivio vero e proprio: documenti ricostruiti, tavole, cronologie e materiali pensati come se il lettore avesse finalmente ottenuto il permesso di aprire un fascicolo rimasto chiuso per quasi cinque secoli. Il dossier stesso si presenta infatti come “ARCHIVUM PARACELSI — Fondo Storico n. XII–1538”, con un Inventarium Codicis che dichiara il codice incompleto e la Formula principale non rinvenuta.È un gioco tra documentazione e finzione.Ma è anche il modo che ho scelto per continuare il viaggio iniziato con il romanzo.Dove finisce la leggenda e comincia la scienza?Forse è questa la domanda che lega tutte le pagine del dossier.Paracelso appartiene alla storia.Molte delle leggende che lo circondano appartengono a ciò che gli uomini hanno costruito intorno alla sua figura.La Formula appartiene al romanzo.Tra queste tre dimensioni rimane però uno spazio incerto.Ed è proprio lì che nasce una storia.Se avete già letto La Formula Magica, questo dossier vi permetterà di tornare nel suo mondo da una porta diversa.Se non lo avete ancora letto, potete entrare nell’Archivio senza conoscere il romanzo. Forse, quando lo richiuderete, avrete voglia di scoprire quale storia si nasconde dietro quei documenti.Dal dossier al romanzoParacelso, l'alchimia, i manoscritti perduti e la ricerca di una conoscenza capace di attraversare i secoli sono anche al centro de La Formula Magica, thriller storico ed esoterico in cui passato e presente si intrecciano intorno a un segreto attribuito al celebre medico e alchimista del Cinquecento.Scopri La Formula Magicae apri l’Archivum ParacelsiLa storia è finzione. L’ossessione per la conoscenza, molto meno.Scarica gratuitamente ARCHIVUM PARACELSI — Codex Secretus, il dossier dedicato al mondo de La Formula Magica.[SCARICA GRATUITAMENTE IL DOSSIER]

NEWS 14 Agosto 2026

I convitati di pietra: quando una grande idea non basta a sostenere un romanzo

Ci sono libri che non ci piacciono perché non riusciamo a entrarci.E ce ne sono altri, forse più interessanti, che non ci convincono proprio perché abbiamo capito molto presto il meccanismo che li governa.Ho terminato I convitati di pietra di Michele Mari con questa seconda sensazione.Per qualche tempo ho persino pensato di aver interpretato male il romanzo. L'idea di partenza è indubbiamente forte, persino brillante, e dietro il suo carattere grottesco nasconde una riflessione molto più seria sul tempo, sulla morte, sull'amicizia e sulla memoria.Eppure qualcosa, durante la lettura, continuava a non funzionare.Non era l'idea.Era il dispositivo narrativo scelto per svilupparla. Un patto con il futuroLa premessa è tanto semplice quanto crudele.Siamo nel 1975. Trenta ex compagni di liceo, poco dopo la maturità, decidono di trasformare il proprio futuro in una specie di esperimento sulla mortalità.Ognuno verserà ogni anno una somma di denaro in un fondo comune. Il capitale verrà investito e continuerà a crescere nel corso dei decenni. Il premio sarà assegnato quando della classe saranno rimasti soltanto gli ultimi superstiti.A quell'età può sembrare quasi una provocazione goliardica.La vecchiaia appartiene a un futuro inconcepibilmente lontano e la morte è ancora un concetto astratto. Qualcosa che esiste, naturalmente, ma che sembra riguardare un'altra versione di noi stessi.Eppure nel gioco è già contenuta una contraddizione formidabile.Per vincere bisogna vivere abbastanza a lungo.Ma perché qualcuno possa vincere è necessario che gli altri, prima o poi, escano dal gioco… definitivamente.È una premessa narrativa eccellente perché introduce immediatamente una domanda morale: che cosa accade a un rapporto umano quando la sopravvivenza dell'altro diventa, almeno simbolicamente, contraria al nostro interesse?Il problema, almeno per me, comincia subito dopo. Quando il meccanismo diventa la tramaUna volta stabilita la regola fondamentale, conosciamo inevitabilmente la direzione del romanzo.I protagonisti invecchieranno.Il tempo passerà.Il gruppo si restringerà.Il capitale crescerà.E ciò che era nato quasi come uno scherzo dovrà progressivamente confrontarsi con la realtà.Mari costruisce intorno a questa premessa un universo di caratteri, rivalità, ossessioni, rancori, ricordi scolastici, professioni, relazioni, debolezze e idiosincrasie.Ed è proprio qui che ho iniziato a percepire una crescente fatica.Perché la storia procede soprattutto attraverso variazioni dello stesso principio.Cambiano le persone.Cambiano le circostanze.Cambiano le età e le condizioni di vita.Ma il dispositivo rimane sempre lì, al centro del romanzo, a ricordarci continuamente la propria esistenza.A un certo punto ho avuto la sensazione che la trama non stesse più avanzando, ma reiterando sé stessa. Il piacere dell'accumuloNaturalmente non credo si tratti di un incidente.L'accumulo è parte integrante della scrittura di Mari.Nomi, soprannomi, indirizzi, professioni, ricordi, riferimenti culturali, dettagli biografici: la classe viene progressivamente trasformata in un piccolo universo tassonomico.Trenta individui costituiscono una specie di sistema chiuso che il narratore può osservare mentre attraversa i decenni.La ripetizione stessa ha quindi una funzione.Il lettore deve avvertire il trascorrere del tempo.Deve percepire come un'idea nata nella giovinezza possa continuare a esercitare la propria influenza molti anni dopo.Deve soprattutto assistere alla trasformazione dello sguardo che i personaggi rivolgono gli uni agli altri.Lo comprendo.Ma comprendere una scelta stilistica non significa necessariamente trovarla efficace.Perché arriva un momento in cui la reiterazione può smettere di produrre significato nuovo.Ed è qui che I convitati di pietra, almeno nella mia esperienza di lettura, ha cominciato a diventare pesante. Una prevedibilità deliberataAnche la prevedibilità del romanzo merita una distinzione.Non intendo dire che sia possibile prevedere ogni singolo avvenimento.Non lo è.Intendo dire che è prevedibile la traiettoria fondamentale del dispositivo.Partiamo da trenta persone e sappiamo che il gioco consiste precisamente nella progressiva riduzione di quel numero.30 → 29 → 28 → 27 → …La direzione è già inscritta nella premessa.La suspense, dunque, non può basarsi soltanto sulla domanda: chi sarà il prossimo?La domanda davvero interessante diventa: che cosa farà a queste persone l'aver trasformato la propria mortalità in una competizione?Ed è su questo terreno che il romanzo, secondo me, contiene le sue intuizioni migliori. Il vero capitaleC'è infatti un paradosso molto efficace nell'idea di Mari.I ragazzi pensano di aver inventato un sistema per accumulare denaro.Ogni anno aggiungono qualcosa.Gli interessi crescono.Il capitale aumenta con il passare del tempo.Ma mentre quel capitale cresce, ce n'è un altro che inevitabilmente diminuisce: il tempo.È questo, per me, il cuore più interessante del romanzo.A vent'anni il futuro sembra praticamente inesauribile.Possiamo permetterci di trasformarlo in una scommessa proprio perché non riusciamo realmente a immaginare che finirà.Poi gli anni cominciano ad accumularsi e la domanda cambia.Quanto vale il denaro che cresce se per ottenerlo dobbiamo consumare l'unica risorsa che non possiamo ricomprare?Il meccanismo economico del romanzo diventa così una metafora piuttosto precisa dell'esistenza.Il conto corrente aumenta, il conto alla rovescia diminuisce. Ma quanto deve durare un'idea?Ed è proprio qui che nasce la mia principale obiezione.Un'idea narrativa può essere eccellente e tuttavia non possedere necessariamente la stessa durata del romanzo che la contiene.Mari porta la vicenda attraverso un arco temporale enorme.Capisco perché.Per verificare fino in fondo la premessa iniziale bisogna osservare quei ragazzi mentre diventano adulti e poi vecchi. Bisogna mettere l'incoscienza della giovinezza davanti alle conseguenze di ciò che aveva immaginato.La distanza temporale, quindi, non è arbitraria.Quello che continuo a domandarmi è se fosse necessario tutto ciò che il romanzo impiega per attraversarla.Perché il lettore comprende abbastanza presto che il vero tema non è sapere chi vincerà.È vedere che cosa il gioco farà ai partecipanti.E una volta compreso questo, molte delle successive variazioni finiscono per confermare qualcosa che già sappiamo.È probabilmente qui che la mia lettura e il romanzo hanno iniziato a separarsi.Mari sembra chiedermi di contemplare ancora il meccanismo.Io avevo già capito come funzionava. Il tempo della scuolaC'è però un'altra intuizione che trovo molto bella.Una classe scolastica possiede una caratteristica particolare: congela le persone nel tempo.Possiamo incontrare un vecchio compagno dopo trent'anni e riconoscere immediatamente non soltanto il suo volto, ma il ragazzo che era.Il soprannome.Una battuta.Una figuraccia.Un professore.Un amore mai dichiarato.Una rivalità assurda.Persone che nella vita adulta possono non avere più nulla in comune continuano a condividere un territorio che nessun altro potrà occupare: sono testimoni reciproci di ciò che sono stati.Da questo punto di vista la classe del romanzo diventa qualcosa di più di un semplice gruppo di personaggi.Diventa un archivio collettivo.Ognuno conserva una parte della memoria degli altri.E il trascorrere del tempo rende quell'archivio progressivamente più fragile.Questa dimensione, molto più del meccanismo della competizione, è quella che mi è rimasta addosso dopo aver chiuso il libro. Un romanzo sulla morte o sulla memoria?È per questo che forse sarebbe riduttivo considerare I convitati di pietra semplicemente una commedia nera sulla morte.La morte è il dispositivo più evidente.Ma sotto quel dispositivo si trova una riflessione sulla memoria.Che cosa rimane di noi nelle persone che hanno condiviso una parte della nostra vita?Quanto della nostra identità dipende dall'esistenza di qualcuno che possa ancora ricordare chi eravamo?E che cosa accade quando quei testimoni progressivamente scompaiono?Sono domande molto più interessanti della lotteria stessa.Ed è forse questa la contraddizione che più mi affascina del libro: ho trovato più potente ciò che il suo meccanismo significa di ciò che il suo meccanismo racconta. Una grande idea basta?Alla fine non penso affatto che I convitati di pietra sia un romanzo povero di idee.Al contrario.La sua intuizione fondamentale è potente: un gruppo di ragazzi trasforma il futuro in una scommessa senza comprendere che la vera posta in gioco non è quella che stanno mettendo da parte.Il denaro cresce.Il tempo diminuisce.E nel mezzo ci sono le persone.Il mio problema è il percorso narrativo scelto per sviluppare questa intuizione.Ho trovato l'impianto eccessivamente artificioso, la narrazione difficile, diverse digressioni pesanti e soprattutto troppo prolungata la reiterazione dello stesso dispositivo.Non mi ha disturbato sapere in quale direzione generale il romanzo dovesse procedere.Mi ha disturbato la sensazione di aver compreso perché procedesse in quella direzione molto prima che smettesse di mostrarmelo.Ed è una differenza importante.Non credo quindi che il mio giudizio dipenda dal non aver capito il romanzo.Forse è proprio questa la cosa che mi ha fatto riflettere di più dopo averlo terminato.Ho capito il gioco.Ho capito che la ripetitività è almeno in parte intenzionale.Ho capito perché Mari abbia bisogno di un arco temporale così esteso.E riconosco che dietro quell'architettura esiste una riflessione tutt'altro che banale sul tempo e sulla memoria.Ma comprendere perché uno scrittore costruisca una determinata macchina narrativa non significa essere obbligati ad apprezzarne il funzionamento.Perché esiste una differenza fondamentale tra un'idea riuscita e un romanzo riuscito.E I convitati di pietra, per me, rimane esattamente nello spazio fra queste due cose.Un libro la cui intuizione centrale probabilmente ricorderò, ma che non avrei avuto bisogno di leggere così a lungo per comprenderla.