2026-08-14

I convitati di pietra: quando una grande idea non basta a sostenere un romanzo

Ci sono libri che non ci piacciono perché non riusciamo a entrarci.

E ce ne sono altri, forse più interessanti, che non ci convincono proprio perché abbiamo capito molto presto il meccanismo che li governa.

Ho terminato I convitati di pietra di Michele Mari con questa seconda sensazione.

Per qualche tempo ho persino pensato di aver interpretato male il romanzo. L'idea di partenza è indubbiamente forte, persino brillante, e dietro il suo carattere grottesco nasconde una riflessione molto più seria sul tempo, sulla morte, sull'amicizia e sulla memoria.

Eppure qualcosa, durante la lettura, continuava a non funzionare.

Non era l'idea.

Era il dispositivo narrativo scelto per svilupparla.

 

Un patto con il futuro

La premessa è tanto semplice quanto crudele.

Siamo nel 1975. Trenta ex compagni di liceo, poco dopo la maturità, decidono di trasformare il proprio futuro in una specie di esperimento sulla mortalità.

Ognuno verserà ogni anno una somma di denaro in un fondo comune. Il capitale verrà investito e continuerà a crescere nel corso dei decenni. Il premio sarà assegnato quando della classe saranno rimasti soltanto gli ultimi superstiti.

A quell'età può sembrare quasi una provocazione goliardica.

La vecchiaia appartiene a un futuro inconcepibilmente lontano e la morte è ancora un concetto astratto. Qualcosa che esiste, naturalmente, ma che sembra riguardare un'altra versione di noi stessi.

Eppure nel gioco è già contenuta una contraddizione formidabile.

Per vincere bisogna vivere abbastanza a lungo.

Ma perché qualcuno possa vincere è necessario che gli altri, prima o poi, escano dal gioco… definitivamente.

È una premessa narrativa eccellente perché introduce immediatamente una domanda morale: che cosa accade a un rapporto umano quando la sopravvivenza dell'altro diventa, almeno simbolicamente, contraria al nostro interesse?

Il problema, almeno per me, comincia subito dopo.

 

Quando il meccanismo diventa la trama

Una volta stabilita la regola fondamentale, conosciamo inevitabilmente la direzione del romanzo.

I protagonisti invecchieranno.

Il tempo passerà.

Il gruppo si restringerà.

Il capitale crescerà.

E ciò che era nato quasi come uno scherzo dovrà progressivamente confrontarsi con la realtà.

Mari costruisce intorno a questa premessa un universo di caratteri, rivalità, ossessioni, rancori, ricordi scolastici, professioni, relazioni, debolezze e idiosincrasie.

Ed è proprio qui che ho iniziato a percepire una crescente fatica.

Perché la storia procede soprattutto attraverso variazioni dello stesso principio.

Cambiano le persone.

Cambiano le circostanze.

Cambiano le età e le condizioni di vita.

Ma il dispositivo rimane sempre lì, al centro del romanzo, a ricordarci continuamente la propria esistenza.

A un certo punto ho avuto la sensazione che la trama non stesse più avanzando, ma reiterando sé stessa.

 

Il piacere dell'accumulo

Naturalmente non credo si tratti di un incidente.

L'accumulo è parte integrante della scrittura di Mari.

Nomi, soprannomi, indirizzi, professioni, ricordi, riferimenti culturali, dettagli biografici: la classe viene progressivamente trasformata in un piccolo universo tassonomico.

Trenta individui costituiscono una specie di sistema chiuso che il narratore può osservare mentre attraversa i decenni.

La ripetizione stessa ha quindi una funzione.

Il lettore deve avvertire il trascorrere del tempo.

Deve percepire come un'idea nata nella giovinezza possa continuare a esercitare la propria influenza molti anni dopo.

Deve soprattutto assistere alla trasformazione dello sguardo che i personaggi rivolgono gli uni agli altri.

Lo comprendo.

Ma comprendere una scelta stilistica non significa necessariamente trovarla efficace.

Perché arriva un momento in cui la reiterazione può smettere di produrre significato nuovo.

Ed è qui che I convitati di pietra, almeno nella mia esperienza di lettura, ha cominciato a diventare pesante.

 

Una prevedibilità deliberata

Anche la prevedibilità del romanzo merita una distinzione.

Non intendo dire che sia possibile prevedere ogni singolo avvenimento.

Non lo è.

Intendo dire che è prevedibile la traiettoria fondamentale del dispositivo.

Partiamo da trenta persone e sappiamo che il gioco consiste precisamente nella progressiva riduzione di quel numero.

30 → 29 → 28 → 27 → …

La direzione è già inscritta nella premessa.

La suspense, dunque, non può basarsi soltanto sulla domanda: chi sarà il prossimo?

La domanda davvero interessante diventa: che cosa farà a queste persone l'aver trasformato la propria mortalità in una competizione?

Ed è su questo terreno che il romanzo, secondo me, contiene le sue intuizioni migliori.

 

Il vero capitale

C'è infatti un paradosso molto efficace nell'idea di Mari.

I ragazzi pensano di aver inventato un sistema per accumulare denaro.

Ogni anno aggiungono qualcosa.

Gli interessi crescono.

Il capitale aumenta con il passare del tempo.

Ma mentre quel capitale cresce, ce n'è un altro che inevitabilmente diminuisce: il tempo.

È questo, per me, il cuore più interessante del romanzo.

A vent'anni il futuro sembra praticamente inesauribile.

Possiamo permetterci di trasformarlo in una scommessa proprio perché non riusciamo realmente a immaginare che finirà.

Poi gli anni cominciano ad accumularsi e la domanda cambia.

Quanto vale il denaro che cresce se per ottenerlo dobbiamo consumare l'unica risorsa che non possiamo ricomprare?

Il meccanismo economico del romanzo diventa così una metafora piuttosto precisa dell'esistenza.

Il conto corrente aumenta, il conto alla rovescia diminuisce.

 

Ma quanto deve durare un'idea?

Ed è proprio qui che nasce la mia principale obiezione.

Un'idea narrativa può essere eccellente e tuttavia non possedere necessariamente la stessa durata del romanzo che la contiene.

Mari porta la vicenda attraverso un arco temporale enorme.

Capisco perché.

Per verificare fino in fondo la premessa iniziale bisogna osservare quei ragazzi mentre diventano adulti e poi vecchi. Bisogna mettere l'incoscienza della giovinezza davanti alle conseguenze di ciò che aveva immaginato.

La distanza temporale, quindi, non è arbitraria.

Quello che continuo a domandarmi è se fosse necessario tutto ciò che il romanzo impiega per attraversarla.

Perché il lettore comprende abbastanza presto che il vero tema non è sapere chi vincerà.

È vedere che cosa il gioco farà ai partecipanti.

E una volta compreso questo, molte delle successive variazioni finiscono per confermare qualcosa che già sappiamo.

È probabilmente qui che la mia lettura e il romanzo hanno iniziato a separarsi.

Mari sembra chiedermi di contemplare ancora il meccanismo.

Io avevo già capito come funzionava.

 

Il tempo della scuola

C'è però un'altra intuizione che trovo molto bella.

Una classe scolastica possiede una caratteristica particolare: congela le persone nel tempo.

Possiamo incontrare un vecchio compagno dopo trent'anni e riconoscere immediatamente non soltanto il suo volto, ma il ragazzo che era.

Il soprannome.

Una battuta.

Una figuraccia.

Un professore.

Un amore mai dichiarato.

Una rivalità assurda.

Persone che nella vita adulta possono non avere più nulla in comune continuano a condividere un territorio che nessun altro potrà occupare: sono testimoni reciproci di ciò che sono stati.

Da questo punto di vista la classe del romanzo diventa qualcosa di più di un semplice gruppo di personaggi.

Diventa un archivio collettivo.

Ognuno conserva una parte della memoria degli altri.

E il trascorrere del tempo rende quell'archivio progressivamente più fragile.

Questa dimensione, molto più del meccanismo della competizione, è quella che mi è rimasta addosso dopo aver chiuso il libro.

 

Un romanzo sulla morte o sulla memoria?

È per questo che forse sarebbe riduttivo considerare I convitati di pietra semplicemente una commedia nera sulla morte.

La morte è il dispositivo più evidente.

Ma sotto quel dispositivo si trova una riflessione sulla memoria.

Che cosa rimane di noi nelle persone che hanno condiviso una parte della nostra vita?

Quanto della nostra identità dipende dall'esistenza di qualcuno che possa ancora ricordare chi eravamo?

E che cosa accade quando quei testimoni progressivamente scompaiono?

Sono domande molto più interessanti della lotteria stessa.

Ed è forse questa la contraddizione che più mi affascina del libro: ho trovato più potente ciò che il suo meccanismo significa di ciò che il suo meccanismo racconta.

 

Una grande idea basta?

Alla fine non penso affatto che I convitati di pietra sia un romanzo povero di idee.

Al contrario.

La sua intuizione fondamentale è potente: un gruppo di ragazzi trasforma il futuro in una scommessa senza comprendere che la vera posta in gioco non è quella che stanno mettendo da parte.

Il denaro cresce.

Il tempo diminuisce.

E nel mezzo ci sono le persone.

Il mio problema è il percorso narrativo scelto per sviluppare questa intuizione.

Ho trovato l'impianto eccessivamente artificioso, la narrazione difficile, diverse digressioni pesanti e soprattutto troppo prolungata la reiterazione dello stesso dispositivo.

Non mi ha disturbato sapere in quale direzione generale il romanzo dovesse procedere.

Mi ha disturbato la sensazione di aver compreso perché procedesse in quella direzione molto prima che smettesse di mostrarmelo.

Ed è una differenza importante.

Non credo quindi che il mio giudizio dipenda dal non aver capito il romanzo.

Forse è proprio questa la cosa che mi ha fatto riflettere di più dopo averlo terminato.

Ho capito il gioco.

Ho capito che la ripetitività è almeno in parte intenzionale.

Ho capito perché Mari abbia bisogno di un arco temporale così esteso.

E riconosco che dietro quell'architettura esiste una riflessione tutt'altro che banale sul tempo e sulla memoria.

Ma comprendere perché uno scrittore costruisca una determinata macchina narrativa non significa essere obbligati ad apprezzarne il funzionamento.

Perché esiste una differenza fondamentale tra un'idea riuscita e un romanzo riuscito.

E I convitati di pietra, per me, rimane esattamente nello spazio fra queste due cose.

Un libro la cui intuizione centrale probabilmente ricorderò, ma che non avrei avuto bisogno di leggere così a lungo per comprenderla.